mercoledì, gennaio 31, 2007

LE ALI NERE DEL KOSOVO


Uno stormo di uccelli neri, che si librano nel cielo plumbeo e si posano sugli alberi, sulle finestre delle industrie dismesse, sull’immondizia lasciata ai margini delle strade, visitata di tanto in tanto da qualche cane randagio. È lo spettacolo che si poteva osservare ad inizio di quest’anno dalla base dei carabinieri in missione a Pristina, in Kosovo. Il nome Kosovo vuol dire proprio “campo di uccelli neri”: corvi secondo alcuni, altri volatili a parere dei più pignoli. Ad ogni modo, animali dall’aspetto sinistro, portatori di cupi presagi. Che avrebbero detto gli aruspici dell’antichità, osservando questi uccelli neri in un cielo altrettanto sinistro, sull’anno nuovo che comincia nei Balcani? Quale futuro attende questa regione, ancora formalmente sotto sovranità serba?
Gli albanesi che vivono in Kosovo chiedono da sempre l’indipendenza da Belgrado. I serbi della regione, di contro, ribattono che mai il loro Paese rinuncerà al legittimo territorio che gli appartiene da secoli e che ospita i luoghi chiave della religione serbo-ortodossa. Ci sono molte premesse perché si torni, tristemente, al conflitto armato, come profetizzano alcuni analisti, aruspici della modernità.
Oggi, 21 gennaio, con le elezioni in Serbia, potrebbe essere il grande giorno per il Kosovo. In Serbia potrebbe affermarsi un blocco intransigente, che non vuole l’indipendenza della regione ed è pronto a riprendere in mano le armi contro gli albanesi. Oppure potrebbe profilarsi un’altra soluzione, un’alternativa più moderata, che, dietro un no di facciata, permetta l’autodeterminazione del popolo kosovaro. Tra poche settimane, una volta decantati i furori elettorali, le Nazioni Unite presenteranno un rapporto sulla regione balcanica. In base ai risultati delle consultazioni di oggi e al tono del report dell’Onu, i presagi sui Balcani si faranno più chiari. Per ora, però, il Kosovo rimane un Paese senza infrastrutture, senza economia. Ha produzione agricola quasi nulla, poche industrie, terziario pressoché inesistente. Aspetta uno status giuridico, per poter ricominciare a vivere. È un paese di spettri, di morti sepolti in fretta, ai margini delle strade. “I guerriglieri dell’Uck venivano sepolti lì dove morivano – racconta il maresciallo dell’Esercito Giovanni Porcaro – e vengono celebrati come noi onoriamo i nostri partigiani: ogni domenica le loro famiglie si recano sulle tombe, pranzano e pregano in questi cimiteri lungo le strade”. I defunti serbi non hanno avuto sorte migliore. Spesso le loro tombe vengono profanate, oppure spogliate delle parti metalliche, che si possono rivendere a buon prezzo al mercato nero.
Dal 1999, dopo i bombardamenti della Nato voluti dall’amministrazione americana guidata da Bill Clinton e appoggiati dal governo di Massimo D’Alema, il Kosovo è una regione in mano alle Nazioni Unite. Nel corso di questi sette anni l’Unmik, la missione dell’Onu che governa la regione, ha concesso a poco a poco maggiore indipendenza, lasciando sempre più spazio ai politici kosovari. Le ferite, però, non si sono rimarginate. Le divisioni, etniche e religiose, rimangono.
Il lavoro dei nostri soldati non è semplice. Bisogna aiutare tutti, senza che nessuno se la prenda per questo. Bisogna lavorare quotidianamente affinché serbi e albanesi convivano pacificamente, si parlino, si capiscano. Non è facile: l’odio affonda le proprie radici nella storia dei Balcani. La Nato aiuta la ricostruzione di ponti, marciapiedi, asili nido, palestre e anche un teatro comunale.
Nell’anno passato i fondi per le infrastrutture messi a disposizione dal ministero della Difesa nell’ambito della missione, che si chiama Kfor (Kosovo Force), ammontano ad un milione di euro. Le risorse vengono gestite dal Cimic, gruppo di militari che si occupano della cooperazione civile: infrastrutture, sanità locale, aiuti umanitari.
Il Kosovo è stato diviso dalla Nato in diverse aree di competenza. Quella Ovest è stata affidata al comando italiano ed è gestita dal generale di brigata Attilio Claudio Borreca, il quale afferma che la Kfor dovrà rimanere ancora a lungo nella regione. “Forse con altri obiettivi, forse con altre modalità – dice il generale di brigata – ma la i nostri uomini dovranno rimanere qui fino a quando la situazione non si sia completamente stabilizzata”. Se la Kfor rimarrà a lungo, è più probabile che alla fine dell’anno l’Unmik, l’amministrazione delle Nazioni Unite, lasci la regione. Ed è probabile che a sostituirla sia un nuovo organismo, l’Ico (International Civilian Office), gestito dall’Unione europea.
Mentre i carabinieri della Multinational Specialized Unit alloggiano in una caserma a Pristina, gli uomini di Borreca – circa tremila soldati, di cui due terzi italiani – hanno base a Villaggio Italia, una cittadella costruita sulla collina che domina Pec, il capoluogo dell’area occidentale del Kosovo. Villaggio Italia è attrezzato con dormitori, un campetto di calcio, una palestra in costruzione, diversi negozi e ristoranti. Ad incombere sulla base, cupe e innevate, si stagliano le montagne che dividono la Serbia dal Montenegro. Dino Buzzati è una delle letture preferite in Kosovo: va tra i soldati della Kfor e un’edizione albanese di Spiriti si può trovare nelle librerie di Pristina. Difficile perciò non ritrovare nell’atmosfera fredda e inquietante delle vette kosovare il Barnabo delle Montagne oppure la Fortezza Bastiani del Deserto dei Tartari. Tra i compiti dei soldati italiani ci sono ronde di controllo nei villaggi, posti di blocco, controlli per porto illegale di armi. Lontani da casa per mesi e mesi, i nostri militari spendono il loro tempo libero all’Internet Point, per stare in contatto con la famiglia, con le fidanzate. MSN Messenger e la webcam sono diventati strumenti d’uso comune per il soldato del nuovo millennio, sostituendo carta e penna per le lettere d’amore spedite dal fronte. “Ma le donne di oggi sono diverse, no?” dice laconico un colonnello dei carabinieri. Un ufficiale dell’esercito, invece, più fiducioso, commenta: “Se l’amore è forte, continuerà a durare, nonostante la distanza”. Purtroppo i soldati devono affrontare anche momenti meno romantici, come il vero e proprio peacekeeping. E non è semplice, date le fratture che percorrono la società kosovara.
Due sindaci di due piccole cittadine della regione occicentale del Kosovo sono amministrate da due politici che la pensano in maniera uguale, ma in direzione opposta. In un centro urbano, Klina, vivono gli albanesi. L’altra cittadina, Gorazdevac, è una enclave serba. Per evitare nuove vampate di tensioni interetniche, è stato costruito un posto di blocco ad ogni entrata per Gorazdevac. Prenke Gjetj è il sindaco albanese di Klina, piccola cittadina vicino alla base dei militari italiani. Gjeti sostiene che “il popolo kosovaro si aspettava l’indipendenza già nel 2006, aver aspettato il 21 gennaio ha ritardato il nostro appuntamento con la libertà. L’indipendenza, comunque, arriverà”. “Il Kosovo? Deve rimanere parte della Serbia. E questo accadrà, a prescindere da quello che decideranno le organizzazioni internazionali” gli risponde, a qualche chilometro di distanza il suo omologo serbo, Krstic Bozidar, capo del villaggio di Gorazdevac dal 23 dicembre scorso, ma già notabile del paese dal 1999 al 2003. Ma che accadrà se alla fine l’Onu troverà un accordo per un Kosovo indipendente? A quel punto sarebbe possibile un’altra guerra? “In questo caso – risponde severo il capo villaggio di Gorazdevac – nessuno dei rappresentanti serbi firmerà l’accordo. Ma una nuova guerra non dovrebbe cominciare. Il governo serbo cercherà di percorrere una strada legale affinché il Kosovo rimanga all’interno dei suoi confini. Da parte della Serbia, insomma, non ci sarà alcun tentativo per una nuova guerra”. Il sindaco di Klina, però, non è dello stesso avviso. Gjetj replica a una manciata di chilometri di distanza, oltre i sacchi di sabbia e il filo spinato del check point, parlando di “strategia del terrore” del governo di Belgrado, che non farebbe chiarezza sui nomi degli albanesi dispersi in Serbia e che riconsegnerebbe i cadaveri delle fosse comuni quando gli fa più comodo, a fini politici. “Ogni tanto Belgrado spediva dieci, venti, trenta salme – racconta il primo cittadino – lo faceva in momenti particolari della politica mondiale: quando gli conveniva, mandava qualcuno”. Klina fa 55 mila abitanti e ha un’economia relativamente sviluppata, spiega Gjetj. Ci sono 54 villaggi nella municipalità, un’unità amministrativa simile alle nostre Province. È una realtà ancora sconvolta dalla guerra, tanto che la città conta ancora 4.250 case bruciate e più di 2.000 persone scomparse: non si sa la sorte di 135 di loro. Desaparecidos, come in America latina. In Kosovo dire “scomparsa” intendendo “morte” è una grave gaffe che si dovrebbe evitare. “Quella dei dispersi è la piaga del popolo kosovaro – racconta Gjetj – purtroppo ai familiari viene detto che potrebbero essere vivi da qualche parte, tenuti come ostaggi dalla politica serba. Le speranze che siano ancora in vita, però, si stanno spegnendo giorno dopo giorno”. Anche Bozidar, però, deve piangere i defunti del suo villaggio. E sono due morti troppo giovani, due quindicenni anni che stavano facendo il bagno nel fiume che scorre vicino a Gorazdevac. Era il 13 agosto 2003. Un giorno d’estate rovinato da spari sentiti in lontananza e da due corpi rimasti a terra.
Affacciandosi dalla finestra dell’ufficio del primo cittadino albanese si vede un dipinto su un muro: tre fieri guerriglieri dell’Uck, in assetto da combattimento, mentre un’aquila, il simbolo del Kosovo, si libra orgogliosa in un cielo terso. Un’aquila, un’aquila nera. Affacciandosi fuori dall'ufficio del capo villaggio serbo, invece, si vede un campetto da calcio e uno scivolo per bambini. Entrambi, però, dietro il filo spinato. E si vede anche un cimitero, con date recenti sulle lapidi e donne in lutto, vestite di nero, in lacrime. Uguali ma in direzione opposta, i sindaci devono scontrarsi con gli stessi problemi: “disoccupazione e grave carenza di infrastrutture”. Ed entrambi sono riconoscenti ai soldati italiani della Nato per il loro apporto nell’affrontare questi problemi. È l’unico caso in cui rispondono all’unisono, in questa virtuale intervista doppia. Per il resto, per sapere quale delle due direzioni prenderà il Kosovo, bisogna guardare alle elezioni serba di oggi. E al volo degli uccelli neri.

Matteo Bosco Bortolaso

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(pubblicato su e Polis il 21 gennaio 2007)

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