martedì, gennaio 30, 2007

L'UOMO DELLE 27 RIVOLUZIONI

Aveva visto 27 rivoluzioni. Tante, forse troppe. Tante da far correre il rischio, come spesso accade nel mestiere di giornalista, di essere superficiali, di incontrare tante persone che soffrono senza capirle, senza compatirle, senza vivere con loro. Ma Ryszard Kapuscinski, uno dei più grandi inviati di guerra nella storia del giornalismo, non era di questa pasta. Morto per un colpo al cuore, ci lascia molti libri e una filosofia semplice per affrontare un mestiere complicato. Il cinico non è fatto per questo mestiere, diceva. Gli bastava “una macchina fotografica”, “una camicia pulita” e “qualche soldo”. Questo, non molto più, serviva per raccontare le guerre. “Meno hai e meglio è” ripeteva Ryszard, perché “avere vuol dire morire”. “Il reporter deve avere esperienza di tutto, a suo rischio e pericolo”. “Prima di tutto l’empatia”. E con questo stile che ha il sapore del nostro Tiziano Terzani era riuscito a conoscere Che Guevara a Cuba, Salvador Allende in Chile, Patrice Lumumba in Congo, Idi Amin in Uganda, Haile Selassie in Etiopia. Ammirato da John Updike e Salman Rushdie, veniva paragonato a Truman Capote e nei suoi scritti si intravedeva il “realismo magico” di Cent’anni di solitudine e dei romanzi sudamericani. “Tutto è una metafora - ripeteva il vecchio giornalista, che ha raccolto questo ed altri aforismi nel libro Lapidarium - la mia ambizione è trovare l’universale”.
Era nato il 4 marzo 1932 a Pinsk, una città poliglotta che allora era polacca ma adesso sta in Bielorussia (“il mio Paese è uno stato mentale” amava ripetere Kapuscinski). Dopo la laurea in storia, cominciò a lavorare in un giornale comunista di Varsavia. Un articolo troppo critico su un’acciaieria, considerata da molti un faro dell’ideale comunista, gli fece perdere il lavoro. Ma poi quell’articolo gli avrebbe fatto ricevere un premio statale. E a quel punto partì per girare il mondo, per raccontare 27 rivoluzioni. Per anni sconosciuto al di fuori dalla Polonia, ha poi avuto sempre più fama e prestigio per il suo lavoro da freelance alle riviste New Yorker e New York Times Magazine.
Ancora più notorietà ha raggiunto con i suoi libri. Ebano racconta l’Africa. La prima guerra del football e altre guerre di poveri, che scrive poco più che venticinquenne, un inquieto viaggio che parte nel continente nero e continua in America latina. Shah-in-Shah la rivoluzione degli ayatollah iraniani. Imperium il collasso dell’Unione sovietica. “Le rivoluzioni cominciano precisamente quando l’uomo smette di avere paura - raccontava il reporter - si libera della paura e si sente libero. Senza questo non ci sarebbe la rivoluzione”. Tra gli ultimi libri pubblicati in Italia da Feltrinelli c'è Autoritratto di un reporter, un'autobiografia ricavata da conversazioni e interviste. “Scriveva cose che non si potevano credere” scrive Neely Tucker sul Washington Post, raccontando che le sue illuminazioni politiche e personali erano dovute a “nervi d'acciaio”, “stomaco di ferro”, “grandi abilità narrative” e “una visione unica della tela della vita”, quella in mano alle Parche. “Per un uomo d’avventura – continua il Washington Post – era soprendentemente umile”. Kapuscinski lascia la figlia e la moglie, una pediatra sposata quando era poco più che ventenne.

Il viaggio secondo Ryszrad:
Fai la valigia, disfala, falla, disfala, macchina da scrivere, passaporto, biglietto, aeroporto, scale, aeroplano, allaccia la cintuna, decollo, slaccia la cintura, vette, stelle, spazio,sonno, nuvole, allacia la cintura, scendo, atterra, slaccia la cintura, aeroporto, visto, dognana, taxi, stade, case, persone, hotel , chiavi, camera, mancanza d’aria, solitudine, attesa, fatica, vita.

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