giovedì, gennaio 25, 2007

Per chi suona la campana dei Globes?

Per chi suona la campana? Suona per la globalizzazione del dolore di Babel e per le due regine Elisabetta. Suona per Meryl Streep in Il diavolo veste Prada e per Dreamgirls. E per un improbabile giornalista kazako. Ha suonato la campana. O meglio il campanello. I Golden Globes vengono chiamati bellwether, come la pecorella che guida il gregge con il campanaccio al collo, che fa intravedere profeticamente dove andranno le sue compagne. E lunedì sera, al Beverly Hilton Hotel, si è intravisto qualcosa dei prossimi Oscar, in programma per il 25 febbraio. La scelta dei candidati alle statuette dorate è già conclusa. Ma un globo d’oro è, appunto, un campanellino che indica, profeticamente, la prossima direzione dell’industria cinematografica a stelle e strisce. E una direzione potrebbe essere quella del cinema babelico, all’insegna dell’incomprensione, dell’incrocio di lingue, culture, civiltà che si scontrano. La regina Elisabetta di Helen Mirren, migliore attrice nella categoria drammatica, non riesce a parlare ai suoi sudditi. Il giornalista kazako, interpretato da Sacha Baron Cohen, premiato nella categoria comedy, è un alieno che vuole conoscere un altro mondo, il nuovomondo di Crialese. The Departed di Martin Scorsese, proclamato miglior regista, è una storia di destini incrociati, di mondi contigui che giocano tra loro. Babel, miglior film drammatico, mette in scena un altro mondo ancora, un piccolo villaggio globale in cui non ci si capisce. Lingue diverse erano usate da Clint Eastwood e Sergio Leone: uno diceva “Hello” e l’altro “Arrivederci”. E l’episodio viene ricordato da Eastwood perché il suo Letters from Iwo Jima ha vinto come miglior film in lingua, appunto, straniera.
Un verdetto “globalista” era prevedibile: i Golden Globes sono assegnati dall’associazione stampa estera di Los Angeles. Tra i suoi iscritti c’è anche tale Alexander Nevsky, come un libro di Gogol e una canzone di Battiato. Nomen omen, verrebbe da dire. Ma i globi sono anche nostrani: votano anche cinque giornalisti italiani.
Non c’è solo la via babelica. C’è anche lo showbusiness, il lato frivolo, le premiazioni a Meryl Streep, protagonista di Il diavolo veste Prada. E Kelly Cutrone, della casa di moda People’s Revolution, racconta che “le fashion houses sono pronte a pagare fino ad un milione di dollari” affinché le attrici indossino i loro vestiti sul tappeto rosso che porta al gala del Beverly Hilton Hotel. Premiati anche Jennifer Hudson, ex American Idol, ed Eddie Murphy, attori in Dreamgirls, miglior film non drammatico. Un golden globe anche ai medici di Grey’s Anatomy e ad un altro dottore, Doctor House. Jeremy Irons, dichiarato miglior attore non protagonista di Elizabeth I, cugino minore di The Queen, è tra i pochi ad adottare un look alternativo, uno stile controcorrente. La tv, però, divora ogni cosa, affamata delle divinità dell’Olimpo cinematografico e dei figli di un Dio minore che popolano il piccolo schermo. I conduttori di Conto alla rovescia hanno addirittura mostrato i resti della colazione di attori e registi, che non dovevano avere molto appetito. L’uomo è ciò che mangia, ammoniva Feuerbach. Non c’è eccezione per i divi di Hollywood.
Matteo Bosco Bortolaso
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(pubblicato su e Polis del 17 gennaio 2007)

(questo articolo è pubblicato sul blog CineArts dei Giornalisti d'Asfalto)

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