LA PRIMA VOLTA DI MARTIN
Tutti gli domandavano quando avrebbe vinto l’Oscar: “per strada, in ascensore…me lo chiedeva pure il medico quando mi facevo le radiografie”. Il grande momento, per Martin Scorsese, è arrivato domenica, con la (quadrupla) statuetta dorata per The Departed, premiato nelle categorie miglior film, regia, montaggio e sceneggiatura non originale. Ora il regista italo-americano può festeggiare: “Puoi cominciare a saltare sul letto – ha detto Scorsese durante la premiazione, rivolto al figlio di sette anni, Francesco – fai un sacco di casino in albergo!”. La commozione del regista era palpabile, così come per Helen Mirren, miglior attrice in The Queen, per Jennifer Hudson e Alan Artkin, premiati per il ruolo di supporto in Dreamgirls e Little Miss Sunshine. Boston, Londra, Detroit, Los Angeles ma anche Kampala e Tijuana: questi Academy Awards potrebbero essere ricordati per le statuette multiculturali e per l’annus mirabilis, come scrive il New York Times, dei film cantori dello scontro di civiltà e del villaggio globale. Sul continente nero, terra di tragedie dimenticate dall’Occidente, Hollywood getta un fascio di luce premiando Forest Whitaker, attore protagonista in L’ultimo re di Scozia, dove impersona il dittatore Idi Amin, responsabile del massacro di oltre trecentomila ugandesi. Hollywood non fa politica? Non per il candidato alla Casa Bianca Barack Obama, arrivato qualche giorno fa a raccogliere fondi. E se il presidente degli Stati Uniti George W. Bush non dovesse già preoccuparsi per l’Iraq e per i venti di guerra sull’Iran, potrebbe corrucciarsi pure per la politica cinematografica di Los Angeles, che consegna l’Oscar al suo ex rivale del 2001, il democratico Al Gore, autore di Una scomoda verità, allarmante documentario sul cambiamento climatico. Come se non bastasse, il muro che Bush ha voluto tra Messico e Usa per fermare l’immigrazione clandestina non ha arginato l’onda nuova della cinematografia ispanica: Il labirinto del fauno e Babel dei messicani Guillermo Del Toro e Alejandro Gonzalez Inarritu vincono ben quattro statette “minori”. Tra gli Oscar multiculturali, un paio vanno al Belpaese. Uno, alla carriera, è per Ennio Morricone, che lo dedica alla moglie Maria “che mi ama tanto e che io amo”. Il musicista, con la voce rotta dall’emozione, ha avuto un traduttore d’eccezione: Clint Eastwood. Morricone aveva ricevuto come Scorsese cinque nomination mai finalizzate in statuetta e ha dedicato il premio “a tutti coloro che non l’hanno mai avuto”. L’altra italiana premiata è Milena Canonero per i costumi di Marie Antoinette di Sophia Coppola. Miglior film straniero è il tedesco La vita degli altri, che racconta la storia di un agente segreto della Stasi, la polizia segreta della Germania dell’Est. “Se c’è giustizia a questo mondo – scriveva la sofisticata rivista New Yorker – allora questo deve essere il miglior film straniero”. Gli Oscar hanno (parzialmente) accontentato i critici, ma probabilmente non hanno rassicurato l’animo del presidente George.Matteo Bosco Bortolaso
---(l'articolo è stato pubblicato sui quotidiani e Polis del 27 febbraio 2007)
Nessun commento:
Posta un commento